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Sul pessimismo e sulla bellezza. Come resistere?

Bene, nonostante il periodo. Più o meno rispondo sempre così quando amici, parenti, pazienti e colleghi mi chiedono come sto. Bene, nonostante il periodo mi ripeto in testa. In questi giorni così strani, dove tutto è instabile e precario, non sempre è facile trovare un punto di equilibrio. Non lo è per chi non può lavorare o per chi ha visto cadere la propria attività. Non lo è per chi vive lo stress negli ospedali. Non lo è per chi lavora da casa. Non lo è per i genitori. Non lo è per chi sta cercando lavoro o avrebbe voluto dare una svolta alla propria vita. Non lo è per i ragazzi costretti a passare ore e ore nelle loro camere di fonte agli schermi e non lo è per i bambini più piccoli che non capiscono cosa stia capitando a questo nostro mondo. 

Come esseri umani cerchiamo sempre di dare un ordine a ciò che ci circonda per non farci sopraffare. Investiamo la nostra affettività, le nostre emozioni positive e negative, per poter sentire che la realtà, il reale, è qualcosa che ci riguarda, su cui possiamo esercitare un po’ di controllo. Qualcosa di familiare. Lo fa il bambino fin da piccolo quando ad esempio vuole che un determinato gioco venga ripetuto infinite volte. O quando impara a memoria le parole, le virgole, i puntini di sospensione di una fiaba semplicemente ascoltando la voce del genitore che legge. La ripetizione è in fondo un modo, il modo, per trovare il proprio posto nella realtà. Ma in qualche modo lo fa anche l’adolescente, pur attratto dall’imprevedibilità e dall’avventura della vita. E lo fa l’adulto che fatica a rinunciare al proprio ritmo, all’ordine, certe volte disordinato, delle sue giornate. Può stare stretta, possiamo cercare di modificarla, ma alla fine siamo sempre in cerca di stabilità. Chi in un modo e chi in un altro, ci muoviamo alla ricerca di una normalità, la nostra normalità.

C’è un testo di Freud, pubblicato nel 1915, che potrebbe esserci utile. Freud racconta di una passeggiata, fatta insieme a un poeta e a un amico, in cui a un certo punto si sono ritrovati a parlare della caducità della vita. I tre stanno camminando immersi nella natura “in piena fioritura” ma di questa bellezza il poeta non riesce a goderne fino in fondo. Non può fare a meno di scorgere in quei fiori anche il segno di qualcosa che non dura in eterno, che finisce, che muore. Arriverà infatti l’autunno a portarsi via tutto quanto. Un certo pessimismo prende il sopravvento e Freud non sa bene come contrastare tutto questo. Da una parte sente che la caducità è un fatto incontestabile, dall’altra crede che “la caducità del bello implichi un suo svilimento”. Prova allora a spostare la conversazione sul fatto che è proprio il tempo che scorre e il fatto che il bello non sia infinito, eterno, a dargli valore. La fioritura di un fiore che sboccia per una sola notte, dice, non è da considerarsi meno splendida a causa della sua breve vita. La stessa bellezza umana, che pur svanisce con il passare degli anni, acquista sempre un nuovo incanto. Il tempo non toglie valore, se mai lo accresce. In più, aggiunge Freud, il miracolo della vita si ricrea continuamente e ogni primavera i fiori tornano a sbocciare. Questo dovrebbe bastare a non vivere con un senso di malinconia la pur non eterna bellezza.

Queste spiegazioni però non convincono il poeta e l’amico. Così Freud arriva a formulare altre osservazioni. Non è che il pensiero che qualcosa non sia eterno porta le persone a difendersi proprio dal lutto della sua perdita? Che sia un modo per non soffrire a causa di qualcosa che viene meno e che si spegne? In effetti, ci dice Freud, una certa ribellione psichica contro il lutto porta a non riuscire a godere del bello perché quel bello, è incontestabile, ha una sua fine. C’è nelle persone una difficoltà, quasi un’impossibilità, ad accogliere la bellezza quando la difesa nei confronti del lutto, della perdita, prende il sopravvento.

Penso che questo testo, intitolato per l’appunto Caducità e pubblicato nel 1915, possa esserci molto utile durante questa pandemia. La nostra vita è stata stravolta e abbiamo perso tutta una serie di riferimenti a cui eravamo profondamente legati: il lavoro, le amicizie, le nostre passioni.. Non dobbiamo però pensare che rinunceremo a tutto questo per sempre. Non dobbiamo cioè credere che siccome ciò che abbiamo perso si è dimostrato precario, non ha grande valore. Non lasciamoci prendere dal pessimismo. Al contrario sforziamoci di cercare proprio nella precarietà, nella caducità delle cose, se vogliamo anche nell’esperienza dell’irripetibilità, la bellezza. Teniamola viva perché è da lì che dovremo ripartire una volta che questo periodo sarà terminato.

Soprattutto, aiutiamo i ragazzi a non cedere al pessimismo. Per natura sono quelli meno portati a vedere la fine delle cose, la morte, la precarietà. Ma paradossalmente in un momento come questo, in cui il futuro è scomparso dai radar e la realtà ha smesso di essere un posto vivo, il luogo in cui si generano relazioni sempre nuove, sono molto più propensi alla negatività dell’adulto. Aiutiamoli a trovare un senso, diamogli responsabilità, spingiamoli a continuare a guardare al futuro. Cerchiamo la bellezza, con ancora più convinzione. Perché in fondo, è propio la caducità delle cose a consentire alla vita di ripetersi sempre nuova.

Nel 1915 la guerra è iniziata da un anno. Freud termina il suo testo con queste parole.  “Non c’è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l’amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d’improvviso più forti. Ma quegli altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere? A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora. C’è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su fondamento più solido e duraturo di prima”.

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