Il consumo di sostanze in adolescenza
Adolescenza,  Genitori e figli

Il consumo di sostanze in adolescenza

Il consumo di sostanze in adolescenza è un tema che riguarda da vicino il mondo degli adulti. Ma è possibile non consumare in una società in cui esisti se consumi? Pubblico la relazione che ho tenuto a Bologna il giorno 2 Dicembre 2016 in occasione del lancio del sito drugadvisor.it.

Di fronte alle apparenti infinte possibilità che la società moderna propone, un ragazzo oggi è spesso smarrito. Non sa bene cosa è giusto fare, cosa gli piace e cosa no, cosa gli aprirà le porte ad un futuro roseo e cosa lo costringerà ad una vita di stenti e precariato. Deve inseguire i suoi sogni o il profitto? Deve fare quello che gli piace o quello che gli darà un lavoro?

Quando ascolto ragazzi di 15 anni ossessionati dall’idea di fare soldi penso che come adulti, come educatori e genitori, stiamo sbagliando qualche cosa. Ovvero mi sembra che l’unica prospettiva che stiamo proponendo ai ragazzi sia quello di un futuro in cui bisogna avere soldi perchè altrimenti non potranno consumare. Ci sono delle eccezioni a questo discorso, è evidente, ma se si vuole porre l’attenzione sulla gioventù e sul consumo di sostanze direi che non possiamo fare a meno di porci questa questione: come posso non consumare (sostanze) in una società in cui esisti se consumi? La vera sfida della nostra contemporaneità, lo dico subito e poi lo riprendo, è quella di fare in modo che il consumo, di cui non possiamo fare a meno, produca relazione, incontro, accrescimento e che non si limiti ad essere consumo di un oggetto, come ad esempio avviene con le sostanze.  

E’ meglio consumare sostanze o consumarsi dietro uno smartphone? E’ meglio farsi una bevuta di alcool o correre dietro alle mode? Consumare il proprio tempo dentro ad un videogame o su una panchina con coetanei? Sono tutte domande che i ragazzi pongono all’adulto quando gli si fa notare che un certo loro comportamento non è corretto. Cosa altro stanno facendo, questi giovani, se non dirci che, forse, bisognerebbe smettere di parlare dei loro consumi e cominciare a parlare, senza paura, di cosa rende tale una vita? 

Ci troviamo dunque di fronte ad un’erranza giovanile, ad una crisi che non possiamo più continuare a definire solo economica. Quali sono le ragioni di questa perdita di riferimenti? Mi riferirò qui ad Alain Badiou, filosofo francese, che nel suo libro La Vera Vita, sostiene che la libertà proposta oggi ai giovani è una libertà negativa, che si esercita cioè a partire dall’assenza di regole. Io sono libero perché non ho regole e quindi posso fare quello che voglio e non, come sarebbe al contrario, sono libero perché ho seguito il mio desiderio. Ma del resto, la psicoanalisi lo insegna, non può esistere desiderio in assenza di legge.

Questa libertà al negativo non può non chiamare in causa il mondo degli adulti, il quale per molti secoli ha avuto il ruolo di guida. Oggi la figura ambigua del giovane adulto ha preso sempre più piede nella società contemporanea ed il modello di riferimento è diventato il giovane: la vecchiaia ha (definitivamente?) perso il suo valore, la saggezza dell’anziano non è più il modello su cui si fonda la nostra società, i “vecchi” devono farsi da parte. Gli adulti devono essere giovani, non solo dentro ma anche fuori, esteticamente.

Non si deve invecchiare, si deve restare giovani, si deve continuare a consumare il più possibile. In una società in cui è il consumo a dettare le regole del gioco il modello di riferimento non potrebbe che essere quello del giovane, sempre pronto a consumare anche ciò di cui non ha bisogno per il piacere che questo atto gli procura nell’immediato.

Dunque, ricapitoliamo, come può un giovane diventare adulto in una società che non considera gli adulti come punti di riferimento? I ragazzi restano così sospesi in un adolescenza infinta in cui non esiste un momento che sancisce il passaggio all’età adulta. Si può, forse si deve, restare giovani per sempre. Non è un caso che oggi manchino riti di iniziazione sociale, come poteva essere il servizio militare, il matrimonio, il lavoro. Momenti in cui viene sancito un passaggio, in cui si festeggia l’entrata in una nuova fase della vita e si celebra il cambiamento. 

Ma i ragazzi hanno bisogno di ritualità. Questa mancanza spinge allora i giovani a crearsi con ancora più decisione i propri riti di iniziazione, a cercare quell’atto che sancisce un passaggio non meglio definito da un punto ad un altro. Il binge drinking ad esempio, ovvero il bere fino a stare male, è considerato dai ragazzi un rito di passaggio all’interno del gruppo di pari, così come fumare. Riti che hanno a che fare con il consumo. Ma ce ne sono tanti altri che i ragazzi attuano per mettere alla prova la loro mascolinità o femminilità. Il mondo degli adulti si arrabbia e si preoccupa di fronte a questi gesti, non potrebbe fare altrimenti, ma dovrebbe anche rendendosi conto della necessità che i ragazzi hanno di avere degli adulti a cui fare riferimento.

Allo stesso tempo sono gli adulti a dare lo statuto di riti a questi gesti quando dicono, per esempio, che è normale che un adolescente si ubriachi almeno una volta nella vita per essere accettato dal gruppo e che deve passare dal fumo di cannabinoidi per togliersi lo sfizio e poi poter proseguire. Non voglio dare la colpa a nessuno, mi limito a rilevare che non basta fare campagna di sensibilizzazione sugli effetti negativi dell’alcool se poi non si trova il modo di offrire ai ragazzi uno spazio di relazione autentica.

Consumare sostanze è oggi un comportamento considerato normale. Non tutti i ragazzi fumano, così come non tutti i ragazzi bevono fino ad ubriacarsi, ma certamente il discorso prevalente della nostra società sostiene e incoraggia la libertà individuale di fare e consumare ciò che si vuole a patto di non toccare la libertà altrui. Capite bene che all’interno di questo discorso anche le sostanze trovano un terreno fertile per diffondersi.

L’uso di sostanza tra i giovani, questa è la mia impressione, rientra all’interno di quella che potremmo chiamare “moda”: è la moda che spinge il consumo in una direzione piuttosto che in un altra, e questo discorso vale anche per le sostanze. Mi è capitato di ascoltare ragazzi che legavano, senza accorgersene più di tanto, l’uscita serale con gli amici e l’ubriacarsi: mi vesto in un determinato modo perché mi piace essere considerato uno appartenente a quel gruppo e lo stesso faccio con l’alcool. Ora, se è la moda e non la regola a dare una direzione, il ruolo dell’universo adulto sembrerebbe tagliato fuori, senza scampo.

Quali direzioni suggerire a questo punto? Esiste ancora uno spazio per il mondo adulto? Io penso di sì. Ci sono innanzi tutto due grossi rischi da evitare. Il primo è non idealizzare questa nostra società dei consumi, testimoniare con la propria esperienza di vita che c’è dell’altro, che la vita non si soddisfa consumando oggetti. Il secondo è non richiamare il mito della società tradizionale, il pensiero che debba esserci un padre che sistema tutti i suoi figli dispersi (che poi è quello che il presidente delle filippine Duterte sta facendo mostrando un evidente delirio di grandezza).

Occorre stare all’interno di questa realtà, non potremmo fare altrimenti, per trovare il proprio posto, quello spazio da cui far funzionare la propria parola. Oggi non funzionano più campagne preventive che cadono dall’alto e le stesse parole di un genitore, di un medico o anche di un poliziotto non hanno quel peso che potevano avere fino a qualche anno fa. Bloccare il consumo di sostanze dei giovani con interventi repressivi non fa altro che sottolineare il paradosso di cui parlavo prima: ci impedite di consumare sostanze ma voi potete consumare quello che volete solo perché siete adulti. Dunque, diventare adulti significa poter consumare senza avere più un adulto che ti dica cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Ecco l’errore da non fare.

La difficoltà oggi consiste nel far emergere una voce differente in un ambiente che fa dell’orizzontalità il proprio valore di riferimento. Ma l’unico modo che abbiamo per provarci è immergerci in questa orizzontalità, essere punto della rete senza però perdere di vista il nostro obiettivo: la reazione e l’incontro.

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